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ARTICOLI

Edoardo Dalla Noce recensisce l'arte di Paolo Sciarafani

Paolo Sciarafani ha intanto una virtù: riesce a sciogliere il suo disegno dal freddo neoclassico e nel contempo operare, sulle orme di Hayez, quella feconda vena ritrattistica che sembra perfino poesia rimata.
E se andiamo a riflettere, soprattutto considerando i suoi paesaggi, le sue case di sasso in un giorno di sole o in un incontro agreste con i buoi nella vigna dell’ultimo autunno o il piccolo rivo gelato di un inverno malinescente, ci rendiamo conto che pochi altri artisti – in questa nostra età – si sono accostati alla natura con maggior senso poetico e hanno saputo unire, come Sciarafani, una capacità di sintesi tonale così intensa.

Potremmo anche aggiungere che l’evidenza plastica e la grazia dei suoi quadri fanno di quelle tele opere d’arte complete, condotte al limite con una coerenza e unità stilistica di interessante valore.

Esemplificando con quell’immagine di "Case di sasso" copertina di un catalogo stampato a Cremona nel marzo 1989, si rileva che è di lividezza assoluta con l’albero dominante la destra della scena contadina che regge una vecchia carriola mentre il gallo immobile, vigila da un’ombra il suo pollaio.
Eppoi la costruzione di sasso che emana profumo di campagna vera, di serenità assoluta, di un’età che non tornerà mai più.
Ebbene, questa fotografia romantico-ottocentesca, è invece di forte nascita attuale, ricca di sentimenti di oggi, dipinta con la volontà e la cultura contemporanea. E in questo Sciarafani non ha dubbi.
Fateci caso, ogni suo lavoro è l’interpretazione lirica di un paesaggio, di una natura morta, di girasoli o fiori di campo, ma sopra ogni cosa è l’espressione di uno stato d’animo. Nulla è affrettato o incompiuto. Anche i particolari, minuziosi e autentici, sono trattati con cura amorosa e con delicatezza di toni.

Dipingere all’aperto. Fuori dalle mura. In libertà. O sotto il sole che scotta, o con la tavolozza su un piano inclinato nella neve.

Dipingere e uscire all’aperto, per incontrare l’agreste presenza della non-città superaffollata. E forse questo è un aspetto del suo mondo pittorico che egli sa alla fine rendere in quei quadri con tanta potenza da autentico pittore-poeta delle subite impressioni.
Un suo elaborato, allora, appartiene ad un tipo di definizione letteraria che comunque è attuale perché – anche se gli uomini alle soglie del Duemila non amano ammetterlo, l’emozione domina in tutta la sua proposta.
Non soltanto: ancora oggi denuncia un’intensa voglia di riscoprire per proprio conto, una voglia gioiosa, la sperimentazione sino al limite dell’unione sublime con il soggetto.

I colori, quasi mai tenuti a freno, ma nel contempo delicati e dolcissimi. Irrompono sempre all’improvviso con accostamenti esaltanti.
Eppure in tanta figurazione fuoriesce e si concretizza un linguaggio molto spesso vigoroso attraverso un gioco di volumi (pensate, per esempio ad alcune nature morte) nei quali la tensione tende ad aprirsi ad un colloquio più diretto con un mondo esterno bombardato da mille immagini.
Eppoi vorrei dirvi di quella delicata e sonora orchestrazione cromatica dei suoi dipinti.
Il sostegno indicativo di un’icona, per dire, così ricca di soluzioni che semmai che semmai concorre a definire una vocazione perfino mnemonica.

L’appendice di un pensiero. Ecco allora che il lavoro creativo di Sciarafani si colloca in un piano operativo assai stimolante.
Intanto, perché di là da un primo impatto ottico, non c’è dubbio che finisca per essere leggibile la grande invenzione inventiva dell’ultimo Ottocento così che il discorso si insatura d’acchito in uno spazio magico che proviene da quella grande fantasia che pervade il suo spirito.
Fedele alla sua terra, Sciarafani ha vissuto le atmosfere, i colori della sua Umbria, ma ha finito per amare completamente anche la patria adottiva di Vigevano che lo ha accolto fino dal 1970.
Ecco perché in questo mélange di esperienze vissute, egli ha colto i valori più nobili trasferendoli sulla tela per cui sono comparsi i momenti di macchie verdi, gi squarci chiari e limpidi, i cieli un po’ imbronciati e luminosi.
Insomma, a volte offre l’impressione piacevole di essere alla fine un contemplativo che sosta qua e là nel suo mondo di immagini e di ricordi sempre, comunque, alla ricerca di una nuova e più profonda emozione pittorica.

E’ artista psicologo che sa trarre dagli aspetti che lo circondano, gioie e dolori per annoverare principalmente gli aspetti di una natura in composizioni cromatiche rivelatrici.
Può fare riferimento "La pennellata" per Piazza Ducale a Vigevano dove l’aria si muove e si sente, l’avverti, dove la profondità dell’insieme è reale e giusto, dove il gruppetto degli uomini con un giornale, una bicicletta e cappello in testa discutono della vita e quella discussione sembra recepibile, quelle voci sonore, quelle attenzioni a chi parla, autentiche.

Così come i piccioni tutt’intorno, nemici degli imprenditori dei bar, ma di gran lunga accasati con Piazza Ducale vuota, in questo quadro, in attesa della folla di giovinezza che vero il calare del sole verrà giusto a popolarla.
Pittore della verità, Sciarafani? Pittore di immagini già viste? No. Artista nel senso più ampio e bello della concezione perché nei suoi tocchi c’è, si, il presente che deve per forza di cose riferirsi al passato, ma sulla sua tavolozza c’è il presagio del domani, del futuro che, piacevolmente o no, verrà a scoprire le nostre anime.
Dunque, con queste premesse è più facile concludere che Sciarafani, in trasparenza, sviluppa nella descrizione una particolare teoria estetica, delle infinite sfumature, in una specie di processo ordinario ed evolutivo che partendo dalle esperienze di un secolo, per qualcuno archiviato, giunge ad una proposta del tutto moderna sulla filigrana di un calendario ingiallito.
Ma non è vero. L’artista passa per le molteplici sfaccettature di un espressionismo formale e propone la sua verità. Così, come per motivi diversi, fecero Canogar, Echevarria e lo stesso Suarez.



Autore: Edoardo Dalla Noce