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Paolo Sciarafani ha intanto una virtù:
riesce a sciogliere il suo disegno dal freddo neoclassico e nel
contempo operare, sulle orme di Hayez, quella feconda vena
ritrattistica che sembra perfino poesia rimata.
E se andiamo a
riflettere, soprattutto considerando i suoi paesaggi, le sue case di
sasso in un giorno di sole o in un incontro agreste con i buoi nella
vigna dell’ultimo autunno o il piccolo rivo gelato di un inverno
malinescente, ci rendiamo conto che pochi altri artisti – in questa
nostra età – si sono accostati alla natura con maggior senso
poetico e hanno saputo unire, come Sciarafani, una capacità di
sintesi tonale così intensa.
Potremmo anche aggiungere che
l’evidenza plastica e la grazia dei suoi quadri fanno di quelle
tele opere d’arte complete, condotte al limite con una coerenza e
unità stilistica di interessante valore.
Esemplificando con
quell’immagine di "Case di sasso" copertina di un catalogo
stampato a Cremona nel marzo 1989, si rileva che è di
lividezza assoluta con l’albero dominante la destra della scena
contadina che regge una vecchia carriola mentre il gallo immobile,
vigila da un’ombra il suo pollaio.
Eppoi la costruzione di sasso
che emana profumo di campagna vera, di serenità assoluta, di
un’età che non tornerà mai più.
Ebbene, questa
fotografia romantico-ottocentesca, è invece di forte nascita
attuale, ricca di sentimenti di oggi, dipinta con la volontà e
la cultura contemporanea. E in questo Sciarafani non ha dubbi.
Fateci
caso, ogni suo lavoro è l’interpretazione lirica di un
paesaggio, di una natura morta, di girasoli o fiori di campo, ma
sopra ogni cosa è l’espressione di uno stato d’animo.
Nulla è affrettato o incompiuto. Anche i particolari,
minuziosi e autentici, sono trattati con cura amorosa e con
delicatezza di toni.
Dipingere all’aperto. Fuori dalle mura. In libertà. O sotto il sole che scotta, o con la tavolozza su un piano inclinato nella neve.
Dipingere e uscire all’aperto, per
incontrare l’agreste presenza della non-città
superaffollata. E forse questo è un aspetto del suo mondo
pittorico che egli sa alla fine rendere in quei quadri con tanta
potenza da autentico pittore-poeta delle subite impressioni.
Un suo
elaborato, allora, appartiene ad un tipo di definizione letteraria
che comunque è attuale perché – anche se gli uomini
alle soglie del Duemila non amano ammetterlo, l’emozione domina in
tutta la sua proposta.
Non soltanto: ancora oggi denuncia un’intensa
voglia di riscoprire per proprio conto, una voglia gioiosa, la
sperimentazione sino al limite dell’unione sublime con il soggetto.
I colori, quasi mai tenuti a freno, ma nel contempo delicati e
dolcissimi. Irrompono sempre all’improvviso con accostamenti
esaltanti.
Eppure in tanta figurazione fuoriesce e si concretizza un
linguaggio molto spesso vigoroso attraverso un gioco di volumi
(pensate, per esempio ad alcune nature morte) nei quali la tensione
tende ad aprirsi ad un colloquio più diretto con un mondo
esterno bombardato da mille immagini.
Eppoi vorrei dirvi di quella
delicata e sonora orchestrazione cromatica dei suoi dipinti.
Il
sostegno indicativo di un’icona, per dire, così ricca di
soluzioni che semmai che semmai concorre a definire una vocazione
perfino mnemonica.
L’appendice di un pensiero. Ecco allora che il
lavoro creativo di Sciarafani si colloca in un piano operativo assai
stimolante.
Intanto, perché di là da un primo impatto
ottico, non c’è dubbio che finisca per essere leggibile la
grande invenzione inventiva dell’ultimo Ottocento così che
il discorso si insatura d’acchito in uno spazio magico che proviene
da quella grande fantasia che pervade il suo spirito.
Fedele alla sua
terra, Sciarafani ha vissuto le atmosfere, i colori della sua Umbria,
ma ha finito per amare completamente anche la patria adottiva di
Vigevano che lo ha accolto fino dal 1970.
Ecco perché in
questo mélange di esperienze vissute, egli ha colto i valori
più nobili trasferendoli sulla tela per cui sono comparsi i
momenti di macchie verdi, gi squarci chiari e limpidi, i cieli un po’
imbronciati e luminosi.
Insomma, a volte offre l’impressione
piacevole di essere alla fine un contemplativo che sosta qua e là
nel suo mondo di immagini e di ricordi sempre, comunque, alla ricerca
di una nuova e più profonda emozione pittorica.
E’ artista
psicologo che sa trarre dagli aspetti che lo circondano, gioie e
dolori per annoverare principalmente gli aspetti di una natura in
composizioni cromatiche rivelatrici.
Può fare riferimento "La
pennellata" per Piazza Ducale a Vigevano dove l’aria si muove e
si sente, l’avverti, dove la profondità dell’insieme è
reale e giusto, dove il gruppetto degli uomini con un giornale, una
bicicletta e cappello in testa discutono della vita e quella
discussione sembra recepibile, quelle voci sonore, quelle attenzioni
a chi parla, autentiche.
Così come i piccioni tutt’intorno,
nemici degli imprenditori dei bar, ma di gran lunga accasati con
Piazza Ducale vuota, in questo quadro, in attesa della folla di
giovinezza che vero il calare del sole verrà giusto a
popolarla.
Pittore della verità, Sciarafani? Pittore di
immagini già viste? No. Artista nel senso più ampio e
bello della concezione perché nei suoi tocchi c’è,
si, il presente che deve per forza di cose riferirsi al passato, ma
sulla sua tavolozza c’è il presagio del domani, del futuro
che, piacevolmente o no, verrà a scoprire le nostre anime.
Dunque, con queste premesse è più facile concludere che
Sciarafani, in trasparenza, sviluppa nella descrizione una
particolare teoria estetica, delle infinite sfumature, in una specie
di processo ordinario ed evolutivo che partendo dalle esperienze di
un secolo, per qualcuno archiviato, giunge ad una proposta del tutto
moderna sulla filigrana di un calendario ingiallito.
Ma non è
vero. L’artista passa per le molteplici sfaccettature di un
espressionismo formale e propone la sua verità. Così,
come per motivi diversi, fecero Canogar, Echevarria e lo stesso
Suarez.